Volontari

Assistenza ai pazienti del Policlinico

All'interno del Policlinico Universitario Campus Bio-Medico, i volontari offrono assistenza ai pazienti in piena sintonia con il personale sanitario.

I volontari prestano la propria opera di sostegno in modo gratuito, escludendo ogni mansione tecnico-professionale di competenza del personale sanitario.

Tutti i volontari operano nel pieno rispetto della privacy del malato e nella massima discrezione.

Sono riconoscibili in maniera chiara poiché indossano un gilet arancione e blu.

Essere volontari per:

Rendere meno soli i pazienti

che quotidianamente si confrontano con la sofferenza, portando un contributo di solidarietà umana e sociale. Il volontario offre amicizia, compagnia, aiuto e disponibilità all’ascolto

Sostenere e informare

i familiari e gli utenti secondo le direttive ricevute

Sensibilizzare le persone

alla donazione del sangue, partecipare alle iniziative di solidarietà, di volontariato e culturali che hanno luogo presso il Policlinico Universitario e l’Università Campus Bio-Medico di Roma

Collaborare alla promozione

e al supporto delle attività di fundraising per la ricerca scientifica

Rendere meno soli i pazienti

che quotidianamente si confrontano con la sofferenza, portando un contributo di solidarietà umana e sociale. Il volontario offre amicizia, compagnia, aiuto e disponibilità all’ascolto

Sostenere e informare

i familiari e gli utenti secondo le direttive ricevute

Sensibilizzare le persone

alla donazione del sangue, partecipare alle iniziative di solidarietà, di volontariato e culturali che hanno luogo presso il Policlinico Universitario e l’Università Campus Bio-Medico di Roma

Collaborare alla promozione

e al supporto delle attività di fundraising per la ricerca scientifica

Come diventare volontari

Come diventare volontari

Chi desidera prestare servizio nel gruppo dei volontari può inviare una richiesta all'indirizzo e-mail: volontari@policlinicocampus.it
Per diventare volontari è necessario frequentare i corsi di formazione che si svolgono presso l'Aula Magna del Centro per la Salute dell'Anziano (CESA), in via Alvaro del Portillo 5.
Al termine del primo incontro si potrà effettuare l'iscrizione.

Nascita dei volontari ospedalieri

Fondazione Policlinico Universitario Campus Bio-Medico

Abbiamo chiesto a Gemma Napoli, responsabile fin dagli inizi del volontariato ospedaliero presso la Fondazione Policlinico Universitario Campus Bio-Medico, di raccontarci questa bella pagina di storia.

Gemma, tu sei qui … da sempre. Raccontaci: come avete iniziato?

Abbiamo iniziato grazie all’idea e la preveggenza di Antonietta Weatherill, la mamma di don Robin (uno dei Cappellani della Fondazione Policlinico): non esisteva ancora niente a Trigoria, quindi, eravamo in via Longoni… ma Antonietta, pensando all’espansione del Campus, all’aumento di posti letto che ci sarebbe stato, all’aumento dei servizi che sarebbero stati offerti, ecc., cominciò a manifestarci la sua idea. Così abbiamo lavorato insieme, pensando che sarebbe stato necessario creare qualcosa per chi voleva essere volontario.

Non ho iniziato da sola, ma c’erano altre amiche con me. Decidemmo di intraprendere un primo corso di formazione all’ARVAS (Associazione Regionale Volontari di Assistenza Sanitaria). Poi si fece strada l’idea che bisognava organizzare un corso più specifico per la formazione dei volontari presso il Policlinico Campus: non perché fossero divere le nozioni “tecniche” da possedere ma perché -per scelta ben ponderata- avevamo deciso di non dare formazione marcatamente medica, per evitare il rischio, da parte di noi volontari e con le migliori intenzioni, di intromissioni sulle malattie, con i pazienti e i loro parenti. La nostra necessità era questa: chi desiderava essere utile mettendosi a disposizione in un determinato servizio lo fosse a 360 gradi. Così, nel 2010 effettuammo il primo corso di formazione per i Volontari proprio nella sede del Policlinico Universitario Campus Bio-Medico (oggi Fondazione): c’erano Annamaria Diena ed altre amiche che poi, purtroppo, a causa della distanza di Trigoria da casa loro, dovettero lasciare.

Abbiamo iniziato al CESA (Centro per la Salute dell’Anziano), che fu il primo edificio già attivo a Trigoria, insieme a Carmen Salvini Leoncini, Annamaria Diena, Viviana Marzulli e Anna Amodio. Poi, a poco a poco, aumentarono le persone. All’inizio erano prevalentemente pensionate e pensionati. Oggi si sta verificando la presenza di persone più giovani, in età ancora lavorativa, e persino studenti, non solo del Campus. Non “per occupare il tempo, visto che non lavoro più” ma per un chiaro intento di mettersi a servizio, trovando il tempo per farlo, fra le varie occupazioni.

Il volontariato è spirito di servizio, mettersi a disposizione per fare ciò che serve. Quando arrivano per proporsi, o scrivono all’indirizzo predisposto, le persone sanno che è giusto fare qualsiasi cosa serva: che si tratti di andare in un reparto, o andare al Centro Trasfusionale, o posizionarsi all’ingresso del Policlinico, alla reception: è un impatto che si dà alla persona che entra, dandole le indicazioni giuste, con il sorriso, e magari accompagnando coloro che arrivano per ritirare un referto, o per sottoporsi a una visita medica… Si tratta di instaurare un dialogo, per cui tutto serve. Niente passa in secondo piano. Non esiste un volontariato di serie A o di serie B, ma si fa quello che è necessario.

Tantissimi sono gli aneddoti da raccontare: sulla disponibilità mi viene in mente un signore pensionato, ottimo professionista, da qualche tempo volontario presso il Pronto Soccorso, che abbiamo chiamato personalmente al telefono un sabato mattina estivo. Non era un giorno in cui prestava il suo servizio e stava per andare al mare con la moglie. Ma proprio al Pronto Soccorso era arrivato un nostro carissimo amico, volontario anche lui ma in un altro ambito. Sembrava che non si riuscisse ad accudirlo come di dovere. Il nostro avvisò la moglie perché avrebbero ritardato la partenza per il mare, arrivò al Campus, aiutò il paziente a interfacciarsi e inserirsi ma soprattutto a non farlo sentire solo nell’attesa che i medici riuscissero a prendersene cura. Nel ringraziarlo, al telefono, la sua risposta fu: “Tu mi puoi chiamare sempre, non mi disturbi mai”.

Molti aneddoti sono positivi ma purtroppo anche negativi, per esempio quando capita di stare a fianco di una persona che non ce la fa, al Pronto Soccorso o all’Hospice: da qualche anno, infatti, al Campus esiste una struttura per prendersi cura dei malati terminali; lì, all’Hospice, vanno anche gli studenti a fare volontariato: il loro rapporto col paziente è ancora più intenso, si sa che domani potresti non trovare la persona visitata oggi, per cui lì devi dare tutto, al 100%, mentre ci sei.

Due anni fa, si è trovata all’Hospice una giovane mamma, quarantenne, con un tumore che ormai non le lasciava speranza; aveva due figlie che non avevano frequentato la preparazione alla Prima Comunione e pertanto non l’avevano fatta. Al Cappellano venne in mente di chiederle se avesse avuto piacere di assistere alla Prima Comunione delle due figlie… Certo che avrebbe voluto, ma pensava che fosse ormai troppo tardi. E invece no, le si spiegò che ci saremmo fatti carico della preparazione delle ragazze (sui 12 anni), dell’organizzazione della cerimonia da farsi lì sul posto, ecc., il tutto nel tempo più breve possibile. Il giorno della Prima Comunione i presenti erano tutti con le lacrime agli occhi, in primis il Presidente del Campus che era lì, presente, con la moglie… 

YouTube-Università Campus Bio-Medico di Roma/Campus Stories

Fondamentalmente attraverso il passaparola tra amici, oppure da parte di ex pazienti che, essendo stati curati con amore da parte dei volontari che hanno visto e avuto vicino, chiedono: “ma io posso essere uno di voi? Mi piacerebbe restituire anch’io ad altri pazienti il bene che ho ricevuto…”

Siamo tanti in effetti, 120. Ma c’è un ricambio: ci sono ancora alcuni di quei volontari che frequentarono il primo corso di formazione; altri che, per ragioni di età o salute, con rammarico devono lasciare. Qualcuno invece scopre che il volontariato ospedaliero non è la sua strada: se ne parla con semplicità, nessuno deve sentirsi per questo giudicato…

Abbiamo chiesto alla Direzione Sanitaria di supportarci, e a sua volta la Direzione ha coinvolto docenti e personale della Fondazione Policlinico Campus, che sono diventati in certo senso essi stessi “volontari”, dedicando generosamente il loro tempo per intervenire nei corsi organizzati ad hoc, per trasmettere nozioni specifiche (come dicevo prima, non di tipo medico): nozioni sulla sicurezza, sulla salvaguardia dalle infezioni, sul primo soccorso…; a questo si aggiunge il supporto da parte di psicologi, assistenti sociali, educatori di giovani, ecc.

La formazione è orientata alla valorizzazione delle capacità e virtù da mettere in atto: disponibilità, amabilità, pazienza, empatia, arrivare col sorriso per accogliere le persone, saper ascoltare: questo è davvero fondamentale! Non servono capacità particolari, non occorre portarsi dietro il bagaglio collegato alla professione che era stata svolta fino a quel momento, o che viene svolta in concomitanza; in pratica si tratta di mettere in atto ciò che si è e si sa, ma con discrezione.

Servono doti umane più che doti fisiche, anche se, stare tante ore in piedi all’ingresso per accogliere chi entra richiede una certa resistenza fisica. E serve il senso di responsabilità: se ho scelto di fare un determinato servizio… se ho preso un impegno, faccio il possibile per portarlo avanti, una volta superato tutto l’iter della formazione.

Principio base è saper porgersi in tono sereno e rilassato, in punta di piedi, senza creare ostacoli al personale sanitario, anzi lavorando in team con il personale, e avere la capacità di condividere sia le gioie che i dolori – in un ospedale in teoria ci sono solo dolori, ma in realtà ci sono tante gioie: la riscoperta della famiglia, la riscoperta della fede…. Tanto è vero che una volontaria -Anita- qualche anno fa ha scritto ben tre opuscoletti che narrano i suoi bellissimi incontri da volontaria con i pazienti. Sono proprio tante le gioie: i cappellani del Campus spessissimo vengono chiamati dal paziente, che magari riscopre il desiderio di riavvicinarsi a Dio, di tornare a ricevere i sacramenti, persino il sacramento del Matrimonio!

A proposito della riscoperta della fede, 8 anni fa circa, si era ricoverata una signora -non aveva nemmeno 50 anni- straniera. Teoricamente era ortodossa, ma in realtà non era praticante. Era malata di tumore al pancreas ed era stata già operata qui da noi. Nel giro di due mesi si vide necessario ricoverarla presso un Hospice e l’aiutammo a trovare posto (allora non c’era il nostro Hospice). Feci un po’ di amicizia con lei: era in Italia per motivi di lavoro -era una collaboratrice domestica- e non aveva nessun parente al di là della famiglia per cui lavorava. A poco a poco le chiedemmo se le faceva piacere farsi due chiacchiere con un sacerdote ortodosso. Io fortunatamente ne conoscevo uno. Assentì. Il sacerdote andò a trovarla più di una volta, proponendole un riavvicinamento ai sacramenti. Con grande gioia ricevette il sacramento della Riconciliazione, la Comunione e l’Unzione degli Infermi. Con la stessa gioia ci salutò e la salutammo definitivamente.

Prova a immaginare la scena. Hai vent’anni, uno zaino pieno di appunti, tre esami nel prossimo mese e, soprattutto, un quaderno di pagine bianche ancora tutte da scrivere. Poi un giorno decidi di dedicare qualche ora del tuo tempo come volontario in un hospice. La reazione, quando lo racconti agli amici, è comune: uno sguardo interrogativo . «Ma perché? Non ti fa paura?»   

I ragazzi e le ragazze che fanno volontariato al Centro di cure palliative “Insieme nella cura” della Fondazione Policlinico Universitario Campus Bio-Medico quella domanda se la sono sentita fare molte volte, e ognuno di loro ha, a modo suo, una risposta, e una storia da raccontare. C’è chi ha imparato a giocare a carte da un uomo di ottant’anni che, per vincere, non si asteneva dal barare. Chi ha discusso per ore su quale fosse il miglior attaccante di sempre – senza trovare, ovviamente, un accordo. Chi ha spinto una carrozzina lungo un viale soleggiato fermandosi a raccogliere una margherita. 

Dentro l’hospice, dietro una porta pesante tagliata da una finestrella che consente di vedere chi sta dall’altra parte, ci sono persone che hanno storie da condividere, ci sono pazienti che diventano amici, ci sono stanze senza soffitto perché lì si vede il Cielo.  

Non è un’esperienza facile, non sarebbe onesto dirlo. Ci sono legami che finiscono troppo in fretta e istanti che restano cuciti addosso per sempre. Ma quello che colpisce di più, parlando con i volontari, è che per ciascuno di loro l’esperienza vissuta è un’occasione rivoluzionaria, che cambia dentro. Qualcuno ammette di esserci entrato per curiosità, o per il consiglio di un amico o per caso. Eppure, nessuno poi smette.  

Ognuna di queste voci ci insegna che in un hospice il tempo ha un ritmo diverso: ora accelera, ora si arresta, ora resta sospeso. Le persone che lo abitano sanno esattamente quanto vale un pomeriggio, quattro chiacchiere, una fiore raccolto o un piatto di gnocchi preparato dalla propria sposa. E quella consapevolezza – così rara da conquistare a vent’anni – si fa dono e, al tempo stesso, testamento. Questi ragazzi si accorgono di essere giunti cuore a cuore nel punto più prossimo alla fine per intuire, nel modo più intenso e brusco possibile, come si fa a vivere. Con la “V” maiuscola.

Guarda il video:

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